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» Internazionale,  31/1/2003

Senso civico cercasi

Gli italiani sembrano estranei al concetto di collettività. Troppo difficile distinguere tra pubblico e privato.

JESPER S. JENSEN


Nel 1954 il sociologo americano Edward Banfield, dopo aver svolto un’indagine sociologica in una cittadina della Basilicata, coniò l’espressione “familismo amorale”, diventata ormai famosa nel campo delle scienze sociali. Il familismo amorale denota un attaccamento insano alla famiglia che fa sì che l’individuo non sviluppi un adeguato senso della collettività. Ancora oggi, quasi mezzo secolo dopo, molti italiani sembrano non saper parlare la pur semplice lingua del senso civico.
Le strade, almeno quelle romane, costituiscono ormai una sorta di Far West asfaltato dove i più - soprattutto gli spensierati proprietari della Smart - si comportano come piccoli sceriffi motorizzati. Ancora nel 2003 si vedono eleganti (ma solo nel vestiario) signori incravattati e signore impellicciate che, con grande nonchalance, gettano carta per terra ed altri rifiuti personali dal finestrino della macchina. E cosa dire dei frequentatori di cinema che commentano le scene del film a voce alta, come se stessero a casa loro? Chiedergli gentilmente di parlare solo dopo il film è come buttare benzina su un fuoco. E quale meccanismo primordiale scatta in chi, quasi sempre con aria fintamente distratta, tenta di superati furbescamente nella fila del supermarcato o nella banca? Mentre a tutti coloro che come regola di vita urlano nel cellulare in luoghi pubblici vorrei sussurare all’orecchio: “Il telefonino non è più uno status symbol, ce l’abbiamo tutti”! La lista delle piccole offese al senso civico, compiute all’insegna del famoso individualismo, potrebbe essere molto lunga.
Umberto Galimberti, editorialista di “la Repubblica” si è già occupato del fenomeno scrivendo che molti - troppi - italiani non sanno distinguere fra il privato e il pubblico.
Certo è che il senso civico è un argomento che non “va forte” nell’Italia del 2003. Gli italiani stessi lo ammettono. Da una recente indagine pubblicata da un difffuso settimanale italiano risulta che solo il 4,5% indica il senso civico come parte del carattere nazionale. In cima si trova "l’arte di arrangiarsi" con il 20,9%. Quindi, in altre parole, ancora oggi vince la cultura particolarista che si oppone a quella civica.
Come mai il senso civico non decolla nel Bel Paese? Difficile capire se ancora una volta sia colpa dello stato troppo debole e della famiglia troppo forte. La stessa famiglia di cui parlò Leo Longanesi individuando l’espressione “tengo famiglia” come motto identificativo dell’italianità. Difficile verificare, pure, se ci sia un nesso fra il comportamento dell’uomo della strada e quello dei politici. Certo è, comunque, che i politici italiani conoscono i propri polli. Basta pensare al curioso invito del premier ai cassintegrati della Fiat di trovare un lavoro “non ufficiale”: un simile invito in un Paese con un radicato senso civico avrebbe perdere parecchi voti.

Il condono e la legalità
Non ci resta che parlare brevemente dei condoni: un bel regalo di Natale a tutti quelli che non se la sentono di contribuire a quella fastidiosa entità che si chiama collettività. Che peccato aver pagato tutte le tasse in questi anni. Questo anno, però, sarà diverso: prenderò il fisco per fiasco; mica voglio passare per fesso, io.
La cugina del senso civico si chiama “legalità”. Anche questo concetto stenta ad affermarsi. Ne sono prova le parole di un ministro della repubblica che, nella sua relazione al recente congresso costituente dell’Udc, ha definito la stagione di Mani Pulite “una pagina nera della democrazia”. Chissà quando tocca a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino essere gettati nel fango?
Non credo che il Cavaliere abbia pensato a Banfield quando, nel suo discorso di insediamento di un anno e mezzo fa, disse: “Voglio cambiare l’Italia”. Viene il sospetto che la vera fonte d’ispirazione fosse Tomasi di Lampedusa: tutto deve cambiare affinché nulla cambi!

Jesper Storgaard Jensen collabora come freelance con diversi giornali danesi. E' nato nel 1964 in Danimarca. Vive a Roma dal 1997.




 
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