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» Internazionale,  30/4/2004

Il paese della calciomania

Ventidue persone in pantaloncini corrono dietro a un pallone di cuoio. In Italia sembra la cosa più seria del mondo. Anche grazie a stampa e tv.

JESPER S. JENSEN PER INTERNAZIONALE


È la sera del 21 marzo, domenica. Stadio Olimpico a Roma, ore 21.45 circa, si sta giocando la partita Lazio-Roma. Tra i tifosi circolano voci sempre più insistenti sulla morte di un ragazzo fuori dallo stadio (poi subito smentita dalla procura), colpito, si dice, da una macchina della polizia. I tifosi si agitano. La situazione precipita. L’arbitro Rosetti dice basta.

Il suo fischio finale, però, non indica soltanto la sospensione della partita. Dà anche il via a ciò che, in brevissimo tempo, si trasformerà in un impressionante psicodramma della stampa italiana. Il giorno dopo i quotidiani si scatenano: interviste fiume, commenti a non finire, analisi a 360 gradi e moviola giornalistico-letteraria da 82 angolazioni diverse.

Tristi teatranti del calcio televisivo
E non finisce qui. I giorni successivi nuove interviste, più commenti, acute analisi del tifo di ieri e oggi, poi quel braccio dell’ultrà sulla spalla del capitano della Roma Francesco Totti, la telefonata dell’arbitro Rosetti al presidente della Lega Calcio Galliani, la decisione di Galliani di sospendere la partita – decisione che non avrebbe dovuto prendere a 600 km. da Roma. E quel commento di Cassano, il dialogo fra Totti e Capelli, il coinvolgimento della procura e la testimonianza di Pinco Pallino e compagnia bella. Insomma, un gigantesco tormentone dei giornali e di tutta l’informazione per una semplice partita!

Però, nell’Italia malata di calcio le esagerazioni sembrano oramai la norma. L’Italia è l’unico paese al mondo con tre quotidiani sportivi che insieme hanno circa cinque milioni e 700mila lettori al giorno. Ma anche la tv contribuisce generosamente alla bulimia calcistica, piena zeppa com’è ogni giorno di programmi su questo tema.

Queste trasmissioni, a loro volta, sono popolate dai tristi teatranti del calcio: numerosi “professori del pallone” si pronunciano, con aria boriosa da grandi intellettuali, su argomenti importanti come un calcio d’angolo negato e un fallo non fischiato.

Godono della scontata compagnia delle consuete veline ornamentali, che fanno bella figura solo finché non parlano. Poi ci sono gli importanti giornalisti sportivi, la cui personalità sembra in gran parte costruita intorno al tifo per l’una o per l’altra squadra. Ognuno di questi personaggi del variopinto circo calcistico, a modo suo, fa tenerezza.

Arretratezza culturale
Impressiona anche il linguaggio con il quale le opposte tifoserie – nella capitale quelle della Roma e della Lazio – parlano l’una dell’altra. Sembra un linguaggio di guerra. E se lo fai presente a un tifoso, ti risponderà: “Ahò, sei straniero, non puoi sapé che vordì esse laziale!”.
Non ci vuole una laurea in psicologia né in sociologia per capire che l’esagerato interesse calcistico, che si incontra in molte parti della società italiana, ha un forte odore di arretratezza culturale e povertà di spirito. Ma non fa niente, perché the show must go on, anche a costo di ipotizzare una scandalosa legge spalma-debiti dei club, che avrebbe contribuito a sostenere i salari miliardari dei calciatori e quindi ridicolizzare milioni di normali contribuenti. Anzi, forse nell’Italia del calcio niente è più scandaloso, nemmeno un premier che si inventa un curioso discorso sugli attacanti della squadra di cui è proprietario per occupare 16 minuti di una trasmissione sul calcio.
Ma sì, è ordinaria amministrazione calcistica, e il concetto di panem et circenses va salvaguardato e rafforzato a ogni costo, altrimenti, nel paese del pallone gonfiato a dismisura, si rischia di brutto. Almeno una rivoluzione.


Jesper Storgaard Jensen collabora come freelance con diversi giornali danesi. È nato nel 1964 in Danimarca. Vive a Roma dal 1997. Per scrivere ai giornalisti stranieri:
corrispondente@internazionale.it


 
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